1. Natale èQuando eravamo poveri e ignoranti,avevamo comunque la speranzad'un futuro diverso e a tutti i Santichiedevamo la grazia e l'abbondanza.Quand'eravamo poveri, a Natalesi festeggiava con baccalà frittoalla Vigilia, e poi si stava maleper l'abbuffata insolita. Sconfittoil mal, Gesù nasceva e, dopo,noi s'aspettava quella vecchierellache portava regali con lo scopodi farci stare buoni, pov ...
1. Natale èQuando eravamo poveri e ignoranti,
avevamo comunque la speranza
d'un futuro diverso e a tutti i Santi
chiedevamo la grazia e l'abbondanza.
Quand'eravamo poveri, a Natale
si festeggiava con baccalà fritto
alla Vigilia, e poi si stava male
per l'abbuffata insolita. Sconfitto
il mal, Gesù nasceva e, dopo,
noi s'aspettava quella vecchierella
che portava regali con lo scopo
di farci stare buoni, poverella.
Quand'eravamo poveri quei doni,
spesso castagne e fichi cotti al forno,
parevano più belli dei dobloni
di cioccolato che vedemmo un giorno.
Oggi della Befana non v'è traccia.
S'aggira un tipo rosso nelle stanze.
Il caminetto è spento e par che taccia
Il desiderio di nuove speranze.
Costui, che lascia robe assai costose
Al piè del letto dei bambini e pare
un ologramma, fa cose mostruose:
si scorda dei più poveri ed appare
rubizzo, godereccio e spensierato.
Direi che questo losco personaggio
ci rappresenta bene e ch'è intonato
al nostro viver d'oggi un po' selvaggio:
Chi si ricorda più che Cristo è nato?
2. CAPIRE IL SILENZIO'Ecco io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me'.
[Apocalisse 3, 20]
Passano gli anni ed io divento sordo
non distinguo nell'aria il Tuo parlarmi.
Mi scuoto e aguzzo i palpiti
sperando di rubar le vibrazioni
a questo vento gelido che indugia
e s'adagia su letti d'inedia.
Tendo le mani verso l'orizzonte
e fremo nell'attesa di comprendere.
Devo aspettare sveglio sfidando il sonno,
tenendo acceso il lume, misurando la notte.
Perché ritornerai all'ora e al giorno ignoti.
Vorrei estraniarmi dalle moltitudini
che mangiano, bevono e si sposano
nonostante le nuvole che incombono.
Vorrei restar nel campo ad aspettarTi
con la speranza di non rimanervi.
Mi scivola la sabbia tra le dita,
il tempo passa e il Tuo silenzio strazia.
3.LA MEZZANOTTEUno sgorbio tracciato
nel cielo
esagera in tempesta;
un refolo ambizioso
millanta l'uragano;
suoni di vecchie pive
com'orchestra dipinta
sull'abito
sgualcito d'Arlecchino;
cicale surgelate
fan la spola
tra il ''fa''
più basso
e il ''si''
sopra le righe:
è una nenia russata,
un salmodiare a caso,
un esorcismo contro
l'acqua e il vento.
Intanto giunge afflitto
e quasi esangue
quell'ultimo rintocco
a proclamare morto
il nuovo giorno.
biografia:
Benito CiarloNAto nel 1950 in Calabria, [Italia del Sud], si è trasferito giovanissimo, per motivi di lavoro, in Piemonte ove ha svolto per 40 anni circa il ruolo di Responsabile della Prevenzione degli infortuni sul Lavoro e Tutela dell'Ambiente presso una grande industria europea del comparto del rame. Oggi è in pensione e si dedica con maggior forza alla POESIA, sua principale passione dell'intera vita.
benito.ciarlo@gmail.com