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Marco Carrer
Nacionalidad:
Italia
E-mail:
marcocarrer1112@gmail.com
Biografia

Marco Carrer

Mi chiamo Marco Carrer, ho 19 anni, e sono di Treviso. Nella vita sto studiando per diventare ballerino, ho studiato tre anni all’accademia del Bolshoi a Mosca e terminerò i miei studi all’ European School of Ballet ad Amsterdam.

Ho iniziato a scrivere poesie durante l’ultimo anno di studio a Mosca e da allora non ho più cessato. Attualmente non ho ancora pubblicato il mio primo libro, ma ho tutta l’intenzione di giungere presto a questo risultato Sono inoltre stato ospite d’onore al secondo congresso di wikipoesia .

Sono membro dell’ Unione Mondiale dei Poeti ed anche l’unico ballerino al mondo detenitore del premio "STEEL CROSS OF THE WORLD UNION OF POETS FOR DANCE International Prize of the World Union of Poets“ , conferitomi dal cavaliere della repubblica italiana Silvano Bortolazzi per i meriti nella danza . Per quanto riguarda la storia della mia vita con la danza se cercherete su internet troverete tutte le mie interviste...

 

BELLA

 

Bella…

Capelli bruni come i più maturi marroni,

occhi come smeraldi al sole,

pelle morbida di bianca seta.

 

Bella come la notte più scura,

come l’alba accecante,

come l’ardente tramonto.

 

Le tue labbra,

rose di cui bramo le spine.

 

Il tuo odore,

fuoco divampante in cui sogno bruciare.

 

Tu, madre del carnal desiderio

che m’irrigidisce le membra

e il pensier m’oscura.

 

Tu, che de la ragion privasti l’esser mio

e m’imprigionasti in questa gabbia d’ossessione.

 

La voglia che sale, mi percuote, mi consuma

giacché privato del lascivo tuo frutto.

 

S’anche velen tu fossi, ti berrei,

perché meglio saria morir di te,

che viver di tua sete.

 

INCONTRIAMOCI SOTTO LA PIOGGIA

 

Incontriamoci sotto la pioggia,

dove del bosco la fin sopraggiunge.

Là orecchie tue udiranno

parole mute del cielo.

 

Gocce pesanti cadranno

su quella tua fulva chioma,

che bagnata emana odor

di passionali rimembri.

 

Passeranno le mie dita frementi

sulle tue roride guance,

che di vermiglio tinte

accenneranno sorriso.

 

Labbra tue sì piacenti

le mie chiameranno

ad unirsi in un piangente bacio

che griderà l’amore ferito.

 

A me forte ti stringerai

sicché braccia non vorranno lasciarti,

ma sofferente farò scivolar via

il tuo corpo e il tuo pensier.

 

Il temporale laverà del dolor l’arsura,

e sotto le nubi gli occhi guarderanno

andar via ciò di cui il cor visse,

sotto lo scroscio ch’annacqua il senso.

 

QUEL BACIO

 

Quel bacio

dato la notte,

avvolto nel buio

agli sguardi sfuggente.

 

Abbracciati nel silenzio

tra ombra e bruma intrecciati,

mentre tempo cessa

e sordo sei allo scorrer suo.

 

Bacio cieco

ampliato nei sensi

lo senti tra la pelle

nel respiro

nei frementi tremori.

 

Un bacio in cui ti perdi

e poi nascondi,

spaesato nel limbo

dei sensi d’amor colmi.

 

E ti coccola la mente

che col cor pensa,

cor gioioso eppur

da gioia spaventato.

 

Lo sgomento del fervore

quando amor perviene

alle umane membra

che intrinseche d’esso gemon

alle fredde vampate e ai caldi brividi.

 

Mentre istinto e passione

la via apron all’ardore,

che rapisce col suo canto

dal dolce fiele.

 

Quel bacio solitario

che nasce e vive di tumulto,

fino a morire al distacco

da labbra che lo han generato.

 

L’ ultimo instante

prima di cessare l’incanto

e non lasciare all’altro

che il ricordo dell’emozione

resa tramite noi tangibile.

 

IL VESPRO DOPO LA TEMPESTA

 

Da poco cessato era

quel rumoroso scrosciar di pioggia,

e ancor si sentia nell’aria

l'umido canto.

 

Mentre l’odor delle bagnate fronde

s’addentrea dolcemente nel respir mio,

i miei attoniti occhi, viandanti tra i cespi,

si compiacean in quel placido mirar.

 

I mogi steli d’erba, gentilmente venian

scossi dal vento,

il quale li privea di quelle

vitree perle di serale rugiada.

 

La lavanda e la fresia

unian insieme il profumo,

e quel lor florido aulire

risvegliea in me profonde

memorie, ch’eran da tempo perdute

nei temporali del passato.

 

Levando gli occhi e posandoli sulle piante

che dinnanzi a me s’ergean, il cor mio,

alla vista dell’ultime gocce cadenti

dal fogliame, si commovea,

dacch’esse lagrime parean,

scivolanti per le legnose gote

dell’assopito frassino.

 

Ancor più in alto, oltre quei rami,

nell’immenso cielo, le nuvole

ancor grigie di tuono,

coprian l’ormai sereno giardino.

Lentamente però, andavan poco a poco

diradandosi, permettendo così di goder

di quella lucente melodia di sette toni.

 

Lì, all’ interno di quell’ameno

paesaggio, una profonda

quiete pacò l’animo mio.

Quella fresca quiete

del vespro dopo la tempesta.

 

L’UOMO DEL PONTE

 

Stellato il cielo

in quella calda serata di luglio,

il lunare riflesso

godeva di curioso spettatore.

 

Un uomo fermo stava

a riflettere sul ponte,

sguardo fisso e vuoto

all’infinito propagato.

 

Passeggiavo io quel giorno

nei pressi dell’acque,

e passato oltre

voce lieve chiamò.

 

Tu ragazzo ascolta,

giacché ora ti dirò

ch'è ben che sappi

ciò ch’io vedo nell’onde.

 

Il fiume, pur sì forte e potente

non può su alla sorgente risalir,

avanti solo andar può

fino al suo marino sfociar.

 

Così in nostra vita

solo avanti andar possiamo,

ma a noi la scelta

se dalle rocce farci scalfir

o levigandole passar oltre

sino alla foce del nostro destino.

 

 

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