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Angela Ambrosini
Nacionalidad:
Italia
E-mail:
angelambrosini@libero.it
Biografia

Angela Ambrosini

Angela Ambrosini vive a Città di Castello (Perugia) e insegna spagnolo al Liceo Linguistico di Sansepolcro (Arezzo). Poetessa, scrittrice, traduttrice e critico letterario con collaborazioni per alcune case editrici e riviste, ha conseguito il Master in Traduzione Letteraria presso l’Università di Siena e si dedica a tradurre in lingua spagnola anche liriche di propria produzione. Insignita a Parigi nel 2015 del “Premio World Literary Prize alla Cultura”, è vincitrice e finalista in oltre trecento concorsi di poesia e narrativa e risulta inserita in vari studi critici e antologici di letteratura italiana contemporanea. Nel 2012 ha presentato a Sansepolcro su incarico di Alessandro Quasimodo l’opera di Maria Cumani e Salvatore Quasimodo Il fuoco tra e dita, recensione recentemente inserita nel sito www.italian-poetry.org. Ha pubblicato le sillogi di poesie Silentes anni, Tracce, 2006, Fragori di rotte, Tracce, 2008 (vincitrice del Concorso “Scriveredonna” 2007 presieduto da M. L. Spaziani), Controcanto (vincitrice del Premio “Città di Castello” e pubblicata da Edimond nel 2012 con prefazione di A. Quasimodo) e Ora che è tempo di sosta, C. T. L. Editore, 2017, prefazione di Ninnj di Stefano Busà, presentata da Carmelo Consoli nel 2017 a Firenze presso la storica “Camerata dei Poeti” e recensita da Nazario Pardini nel blog letterario “Alla volta di Leucade”. Recensione dello stesso Consoli è presente sia in www.literary.it che nel sito www.lacameratadeipoeti.weebly.com. Del 2007 è l’opera prima di racconti Semi di senape, MEF e, a sostegno della Onlus “Le fatiche di Ercole”, ha pubblicato i racconti Storie dall’ombra, 2011 nonché realizzato agende, calendari ed eventi con poesie a commento di immagini di vari artisti italiani contemporanei e in YouTube sono presenti videopoesie create dal video maker Fabio Sercia su alcune sue liriche.

Realizza readings e incontri letterari, ultimo dei quali il 26 ottobre 2019 a Firenze presso la Società Belle Arti e Circolo Artisti “Casa di Dante” con la partecipazione di Carmelo Consoli. Alcune sue poesie figurano con traduzione in russo nella rivista russa “Glagol” 2018. In occasione delle celebrazioni istituzionali della “Giornata del Ricordo”, dall’anno 2015 a quello in corso, è stato messo in scena dalla Compagnia Teatrale Medem di Città di Castello, sia in Umbria che ad Arezzo, il monologo teatrale Memorie dal sottosuolo con lettura drammatizzata del monologo narrativo Esilio. Entrambe le opere, con alcune poesie a tema, sono confluite nella plaquette Memento (Edizioni Vitale, 2018). Profilo letterario presente nei siti www.linkedin.com  e www.literary.it  (dove sono elencati il palmarès dei riconoscimenti nonché articoli e recensioni rese). Pagina facebook angela ambrosini autrice.

 

Immota ruggine

 

Immota ruggine annaspa nell’indaco

gonfio di giugno, là, dalla finestra

la vedi, carcassa d’auto a svellere erbe

e fiori di campo che serica

nuvola pigra sorvola.

E intorno è garrire di grano

e note d’uccelli che scansa

il vento in sordina scrutando

orizzonti da trafiggere prima di sera.

È il gioco di sempre: rincorsa l’orma,

d’infinito il finito si colma.

Ma non per noi.

S’addossa ai vetri la vita,                           

ai vetri di questa finestra di casa

per vecchi, residence oggi si chiama,

troppo greve è qualche parola.

Dentro, carezza di giugno fluisce

da tavolo a tavolo, da camice a camice,

bianche teste imperlando

senza nuove stagioni.

Inchiodato è il tempo in questa

teca di vite vissute, taciute,

impigliate tra le spine

di tante passioni che pasqua

implorano strozzando paure

e gioie incolori.

Immota ruggine annaspa nell’indaco

gonfio di giugno, qua dentro,

qui, al di qua di questa finestra                                                

la vedi, tu, che passeggi là fuori                                       

di luce rapito, incredulo che di vita

si possa piano

morire.                                                                                                    

 

Tempus manet

 

Tutto quello che resta della mia vita

è il tempo. Tempo che ramifica nel

tempo, insemina la carne,

infuria negli ipogei della mente,

gli stessi che il giorno lenisce

d’inganni quieti e certi, certi

come la vita che è trascorsa,

come la vita che trascorre.

È il tempo stagione dell’animo

perpetua, nell’effimero gorgo di

azioni e mutamenti, di incontri

e di addii, nostra terra di riporto

a stemperarne le orme salde

e aspre d’infaticabile destriero.

Ma nel volo dei giorni non fugge

né allenta la presa:

sta, spia, insidia, come radice

che da crepacci di abissi aerea rinserri

in fulmineo cappio il piede.

E noi qui, indumenti del destino,

un cambio dopo l’altro a propiziare

nuove finzioni e nuovi clamori

mentre inenarrabile, colpo a colpo,

dai sagrati del cielo,

tempus manet.                                                                          

 

Canto a un esule

 

Siediti più in là, nell’ora che inclina

contro i fuochi del cuore e del ricordo

e infradicia d’infiniti echi attese,

dolori e inganni dal vano vento

della vita disciolti al tuo orizzonte

tra quelle terre e quei due cieli teso.

Siediti, ora che è tempo di sosta

e scende canto di stelle in quest’aria

senza più confini né storia, e chiaro,

più chiaro ancora è lo sguardo del mare.

Siediti più in là, sotto quell’albero

che non c’è più e saldo riparo offriva

alle tue corse a piedi scalzi a riva.

Ascolta, tra le alghe e il falasco è l’urlo

lento del gabbiano e ritorna il tempo

del mito, lieto s’avanza alla mente

e al tuo corpo ormai troppo stanchi: siedi,

siediti più in là e aspettami, padre.

 

A mia madre

                      

E d’improvviso ancora

queste ore chiare incide lo stupore oscuro

della tua assenza, della tua presenza

che lontane rotte ha decifrato

al lume dell’eterno

e declivi e alberi accigliati

ha lasciato per non più tornare,

per non più soffrire.

Eccomi, non ti dimentico,

rimani in ascolto se puoi,

se il tuo non tempo che soverchia

il tempo nostro ti consente

udito e vista o quel che resta:

parlami, dimmi di te, del tuo sonno greve,

del mio sogno lieve,

dell’acre rimpianto che come stormo

dal mio cuore migra per quel Dio

che di te ha fatto preda,

benché d’amore.

Senti: ombrosa pioggia miete ricordi

oltre questo lembo d’agosto,

di te sazio fino a patire.

A tratti il tuo volto trema

e s’affaccia urlo di vento,

da riva a riva, da cielo a cielo,

ma più non trasporta voce

né profumo di te m’assale,

di te che morte adorna ancora.

 

Nel vortice

 

Ingemmano note nell’estuario libero

del tempo e affondano lame

di ricordi, passi d’addio e tenui

silenzi.

È nel dedalo di gesti e sfioramenti,

di sguardi sospesi a quel desiderio d’inviolati

altrove e d’un’età sempre uguale,

mai perduta, ostinata preda

d’un gioco cangiante, d’un cangiante pensiero

fattosi corpo.

Oasi di materia non franta

dipana il duro orizzonte

del marciapiede, del vicolo,

del vizio e il tango è lì,

in agguato, nel vortice erratico

di lontananze e filamenti

di sogni.

 

En el remolino

 

Brotan notas en la desembocadura libre

del tiempo y hunden navajas

de recuerdos, pasos de despedida y tenues

silencios.

Es en el dédalo de gestos y roces,

de miradas colgadas a aquel deseo de inviolados

otros lugares y de una edad siempre igual,

nunca perdida, obstinada presa

de un juego tornasolado, de un tornasolado pensamiento

hecho cuerpo.

Remanso de materia no quebrada

desenreda el duro horizonte

de la acera, del callejón,

del vicio y el tango allí está,

al acecho, en el remolino errático

de lejanías y filamentos

de ensueños.


 

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