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Carmelo Consoli
Nacionalidad:
Italia
E-mail:
consoli.carmelo@libero.it
Biografia

Carmelo Consoli

Embajador de Poetas del Mundo - Italia

Carmelo Consoli è nato a Catania e vive a Firenze sua città di adozione  dove ha ultimato i suoi studi presso la facoltà di Scienze politiche e relazioni internazionali “Cesare Alfieri”

-Poeta, saggista, critico letterario e d'arte, operatore umanitario

-Presidente della Camerata dei Poeti di Firenze

-Socio fondatore, vice presidente e presidente onorario di varie istituzioni culturali nazionali

-Membro di giuria e presidente onorario di molti premi letterari internazionali

-Autore di 14 raccolte di poesia pubblicate e tradotte in varie lingue

-Pluripremiato molte volte alla carriera e alla cultura -

-Moltissimi i riconoscimenti di prestigio ricevuti nei concorsi di poesia e saggistica come pure gli -scritti e gli interventi su di lui dai maggiori critici nazionali.-

-Presente nelle migliori antologie poetiche.

-Tradotto nelle lingue inglese, francese, rumena

Presente in Italian Poetrysito che accoglie opere e profili dei maggiori poeti italiani, e pubblicato negli Stati Uniti su Gradiva” di IPA( International poetry association).-

-Ha tradotto dal francese Prevert e Genet.

Ha partecipato ed è stato invitato da università e organismi internazionali a relazionare sul tema delle “Identity agonies” sul fine vita dell'esistenza umana.

-Si occupa anche di studi filosofici, religiosi, sociologici.

-Ha ideato e fondato la corrente filosofica, esistenziale dell' “Bellezza infinita”

 

D' incanti, di preghiere erano i giorni


Ti adoravo padre antico.

Solcavi i campi ombra lenta

e solenne nei chiarori dell'aurora,

mio eroe d'un tempo di falci al vento

e dorate semine nei solchi delle zolle.

Ti ascoltavo mentre parlavi alle tenere

foglie delle viti, chino sulla terra

a disegnare forme e innalzare canti

ai grappoli nati nel respiro di cieli limpidi,

farfalle maculate e fumide campagne.

                  D'incanti, di preghiere erano i giorni.

Persi nella trama bianca dei sentieri

andavamo nel chiuso mondo dei bagliori,

le fragranze cucite sulla pelle.

Tu il gigante che apriva il ventre delle piane

e sussurrava parole d'amore ad alberi e fronde,

io lo stupore di bambino, fiore tra i fiori,

tra i freschi tornanti della giovinezza.

                  E adesso non sai quanto mi mancano

le tue mani ruvide di mago tra i capelli,

gli occhi di cielo, quella voce che svelava

misteri e meraviglie di stagioni indenni dal dolore

mentre camminavamo mano nella mano

nell'arancio dei tramonti;

sconosciuta quell'ansia scura dei travagli

che montava lenta nel macero dei sogni.

                 Di miracoli e leggende mi narravi,

di come si moriva nel rinascere fragranze

ed io a bocca aperta  appeso alla parola

che ammaliava di prodigi e promesse

mentre a sera i filari s'accendevano di lucciole

e la vita era tutta in una gialla luce

di lumi e scintille che sbucava lontana

nel buio carico di stelle.


L'ultimo viaggio

 

Sarà verso il mare.

In piedi, come allora, scalpitando

nei calzoni corti aspetterò

quel treno tanto atteso.

Sbucherà dalle fronde degli aranci,

nella curva lieve e fumigata della piana.

Lo stesso sarà lo stupore, quello del fanciullo

che saliva col cuore in gola

nella promessa azzurra delle onde.

Nella carrozza della terza classe

io, il solo passeggero, nell'unico vagone

addobbato di zagare e limoni.

 

L'ultimo viaggio come il primo

dai campi ocra e oro alle marine di velluto.

Siederò senza pagare, senza valigia,

commosso appena e in apprensione

per la destinazione senza fine, il luogo ignoto

oltre i confini della fragile esistenza.

Mi accoglierà il capotreno

e sorridendomi con garbo con un cenno

mi dirà: “siamo pronti,  possiamo andare”.

 

Parleremo un po' della mia lunga vita

un po' delle cose misteriose del domani.

Non saprà dirmi dove arriveremo

quando e verso quale cielo sarà l'ascesa.            

E così andremo, palmo a palmo alle fragranze,

senza fretta a passo d'uomo, a misura

di ulivi, vigne salmastre e fieri fichidindia,

con tutta l'aria dolce dei tramonti

che arrossano colli, campagne e radi casolari.

Sarà l'ultimo viaggio quello verso il mare.

 

Il segreto dei treni

 

Interi giorni a seguire il lampo dei treni,

rannicchiati nel giallo dei covoni,

intere notti presi da quell'oscura angoscia

di sapere dove finissero i binari

ingoiati dalle piane di granturco.

Un brivido di acciai, un'acre mistura

di convogli restava nell'aria dei limoni

a confondere i giochi, a sparigliare desideri

chiusi nelle controre, affidati alle comete.

Quali segreti ci portava l'urlo dei treni?

Chi erano quei volti che scorrevano come veloci

fotogrammi nel nero delle carrozze e dove

andavano così lontano dai gelsomini, dalle cicale?

 

Ci chiedevamo se un  giorno anche noi

saremmo saliti su quei vagoni urlanti

lasciando cortili ombrosi, grida e amori

di fanciulli, se avremmo visto il mondo

che c'era dietro le colline e se poi era vero

che  i treni solcassero città fumose,

terre di sudori e fatiche, se la vita di domani

era viaggio senza ritorno ai  bianchi casolari,

vita, come dicevano, di emigranti

lontana dal profumo delle zagare.

 

Intanto svaniva la sottile figura dei convogli.

Il tempo ci poneva domande e congetture

di un futuro che era ombra inquieta tra i bagliori,

stupore e meraviglia sui nostri otto anni.

Ce ne stavamo insonni tra le stelle azzurrine

e gli oleandri mentre i treni

squarciavano i silenzi e i grandi

parlavano del nord, di grige fabbriche,

chiudevano valige di cartone e partivano,

avvolgendo con lo spago sogni e speranze.

 

 Il bianco delle case


Ombre lente nella nebbia dei canali

andiamo e tu mi chiedi se vedo ancora

il bianco delle case, se salgo ai sentieri

di polvere e ghiaia dietro l'odore aspro dolce

dei limoni, nella placida calma della piana.

Ricordi l'illusione che fosse eterno il paese,

senza fine il cielo con le piccole porte

sulla strada, le tende azzurre a sventolare

nei vicoli stretti, l'unica piazza, l'unica fontana?

              Ricordi le grida, le corse di noi ragazzi

tra l'erba e il frumento, le sfide da grandi

per un gioco, un tenero bacio come lusinga?

Mi chiedi se oggi nell'agonia degli anni,

nel grigio dei palazzi esiste ancora

quel mondo di fragranze, indenne dai dolori.

             Lo sai. Altro è il tempo nostro,

altro questo vivere nel macero dei sogni.

Ma se guardo con occhi di fanciullo

al di là delle brume vedo il volo d'oro di farfalle

e calabroni, mi perdo tra bianchi gelsomini.

            E lascio tra i muri di periferia le spoglie

d'una vita d' ansie e lotte, l'amarezza

di non essere stato quell'eroe a cui pensavo

per entrare nei tornanti di zagare d'agosto,

nelle aie serene della sera con il viso tra le stelle

ad ascoltare sinfonie di grilli, sognare

fuochi rossi di lucciole vaganti.

           Ricordi il bianco delle case?

Quell'esistere lieve e ventoso? 

Così sarà quel giorno che verrà:

un lontano salire nella controra dei muretti

verso la cima del paese noi soltanto e l'età felice.

 

Pantelleria

 

Lascia ancora una volta 

che io ti sogni com'eri mia dolce Pantelleria

madre di assolati sentieri e odorosi silenzi

nel verde oro della terra:

un infinito perdersi di aranci, vigne, ulivi,

poche vele all'orizzonte, quattro casolari

e marine melodiose, uomini in pace

radi e chini alla semina tra dolci declivi.

                   Lasciami ancora il respiro

del fanciullo solitario perso tra i limoni,

figlio prediletto confuso tra gli aromi

prima che approdi l'ultima prua di una amara

processione e accosti un altro popolo

in cerca della sua Itaca di pace e libertà.

                   Tu non sei più l'isola segreta

dai bianchi gelsomini, la terra favolosa

di Demetra nascosta nel fitto delle zagare,

chiusa nel cuore suo aspro di capperi e ginestre.

Ed io oggi non sono quell'eroe audace e fiero

di una volta che correva tra scoscese mulattiere

e aride fiumare inseguendo mondi leggendari

e azzurrità d'orizzonti.

                  Abbandonata la nostra favola di luce,

ci uniamo adesso ai cori di dolore di anime

smarrite nel terrore, alla morte lasciata tra le onde.

E' tempo ormai di mescolare la fragranza

degli agrumi, la meraviglia delle piane

con lo sguardo smarrito dei migranti.

Mutata la dorata solitudine, di noi tramontate stelle,

in canto d'amore e d'accoglienza.

 

 


 

 

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